Finestra biblica: il Vangelo di Luca
8. La misericordia di Dio
Luca è lo scriba mansuetudinis Christi, definizione confermata da alcune sue scelte molto particolari: omette il duro rimprovero di Gesù a Pietro (cf. Mc 8,33: «Va’ dietro a me, Satana»), è l’unico evangelista a narrare gli incontri di Gesù con la peccatrice perdonata, con Zaccheo e con il buon ladrone. È ancora l’unico a conservare le parabole del buon samaritano, del fariseo e del pubblicano, e soprattutto le tre parabole sulla misericordia di Dio al cap. 15 dove il perdono appare l’autentica manifestazione della sapienza divina (Luca introduce i tre racconti con un’osservazione sul sale, simbolo della sapienza: 14,34). La questione è presentata dal punto di vista di Dio: il pastore «ha perso» una pecora (15,4-7), la donna «ha perso» una moneta (15,8-10). Dio sente di aver perso qualcuno e perciò si mette alla ricerca. La conversione non appare così frutto di uno sforzo umano, ma del sentirsi cercati da Dio.
Il primo figlio della parabola del Padre misericordioso (15,11-32) ritorna a casa perché conserva una memoria buona del Padre. Ridotto all’isolamento totale, comprende il volto del Padre come «colui che dona» e si rende conto che perfino i salariati beneficiano della sua bontà («hanno cibo in abbondanza»). Il Padre, da parte sua, ha un atteggiamento diverso verso i due figli, perché diversi sono i temperamenti: attendere il ritorno del primo, senza poter fare altro; esce di casa, abbandona la festa per cercare il secondo. Per entrambi, però, ha sentimenti di amore: si «muove a compassione» quando vede ritornare il primo figlio, ancora lontano; esce di casa a «supplicare» il secondo. Il verbo greco può significare anche «consolare», che è l’azione stessa dello Spirito Santo in noi. Il ritornello, ripetuto due volte nel racconto, mette in luce il desiderio di Dio di non volere la morte, ma la vita dell’uomo peccatore: «Questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».


