Dianich, “Sogno una chiesa che da umiliata diventi umile”
L’attuale situazione della Chiesa
E’ difficile trovare negli ultimi cent’anni un momento come l’attuale, nel quale sia stato così penoso vivere nella Chiesa, al punto che la situazione, se la fede non la illuminasse, diventerebbe angosciante. Ne soffrono, ancor più dei vescovi e dei preti, i fedeli laici, i quali nei posti di lavoro, fra gli amici e, non di rado, anche all’interno delle famiglie, subiscono continue umiliazioni per la loro appartenenza a una Chiesa ritenuta corrotta e ipocrita. Ricorrono alla memoria le desolate parole del profeta: «Ora non osiamo aprire la bocca: disonore e disprezzo sono toccati ai tuoi servi, ai tuoi adoratori… siamo diventati più piccoli di qualunque altra nazione, ora siamo umiliati per tutta la terra a causa dei nostri peccati» (Dn 3,33.37).
La prima tentazione è quella di reagire in difesa, accusando i media di un’ingiusta e interessata aggressione contro la Chiesa, avanzando le mille e mille altissime testimonianze di fedeltà evangelica offerte al mondo da tanti fedeli, preti e vescovi. Ci sono le ragioni per farlo, eppure, a mio parere, di tentazione si tratta. La fede biblica non vi presta il fianco: «Mio Dio, sono confuso, ho vergogna di alzare, Dio mio, la faccia verso di te… per le nostre colpe, noi, i nostri re e i nostri sacerdoti… siamo stati consegnati… all’insulto fino ad oggi» (Esdra 9,6 ss.).
Benedetto XVI nella Lettera ai cattolici d’Irlanda mi sembra in perfetta sintonia con il profeta: trovo eloquente la pratica assenza nei suoi interventi di qualsiasi intento apologetico o recriminatorio. Non credo che sia giusto accettare passivamente alcuna forma di colpevolizzazione collettiva, dimenticando che colpe e meriti sono imputabili solo alla coscienza della persona. Ciascuno, quindi, può e deve esaminare se stesso e trarne le conseguenze.
Chi sa di non essere in colpa ha il diritto e il dovere di continuare ad andare a testa alta e di esigere dalle singole persone e dalla pubblica opinione il dovuto rispetto per se stesso, per la sua appartenenza alla Chiesa cattolica e per la sua fede. Nella Chiesa, però, non possiamo dimenticare ciò che sempre si è predicato, e cioè che la comunione ecclesiale ci lega talmente nel profondo dell’anima, da sentire il peccato di ciascuno come una ferita del corpo intero della Chiesa, così come abbiamo sempre fatto nostro ogni merito. È quindi giusto che tutti portiamo il peso delle gravissime colpe di alcuni, che oggi il mondo clamorosamente denuncia. Il Papa non ha mancato di stigmatizzare quella che è stata in passato «una preoccupazione fuori luogo per il buon nome della Chiesa» e, nell’omelia del 15 aprile, ha osservato che «adesso, sotto gli attacchi del mondo che ci parlano dei nostri peccati, vediamo come sia necessario fare penitenza». La santità della Chiesa, che professiamo nel credo, non è una santità senza peccato: è una santità penitente, fondata sulla certezza della grazia e del perdono di Dio, come attestiamo ogni giorno, imponendoci un atto penitenziale ogni volta che iniziamo la celebrazione eucaristica, nella quale non risuona la voce di questo o di quello, ma la più alta voce della Chiesa.
Oltre a un passo di vera e propria maturazione della spiritualità cristiana, che la situazione presente, con la grazia di Dio, è capace di produrre, essa ci spinge anche a una riflessione autocritica sui modi con cui nella chiesa, in tutte le sue diverse espressioni e a tutti i suoi diversi livelli, interveniamo nei problemi morali della società civile. Il montare di un atteggiamento ostile di molti ambienti del mondo attuale è dovuto, senza dubbio, alle energiche prese di posizione della Chiesa cattolica contro alcuni aspetti dell’odierna evoluzione del costume e contro le prospettive di possibili manipolazioni della vita umana che derivano dalla bioingegneria, con gli interessi economici che vi sono connessi. Ciò non toglie, però, che sia sempre necessario riascoltare le parole di Gesù, che non sarebbe corretto pensare dirette solo ai farisei del suo tempo: «Guai anche a voi, dottori della legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!» (Lc 11,46).
Non si può accusare il mondo delle sue devianze, come se noi ne fossimo esenti. Nella consapevolezza dei padri del concilio Vaticano II «anche ai nostri giorni sa bene la Chiesa quanto distanti siano tra loro il messaggio ch’essa reca e l’umana debolezza di coloro cui è affidato il Vangelo» (Gaudium et spes 43). Neppure sarebbe giusto condannare i mali del mondo contemporaneo come se, allo stesso tempo, non dovessimo apprezzarne i valori. Anche a questo proposito il concilio aveva ben delineato lo stile con il quale porsi in dialogo con la società civile: «La Chiesa non ignora quanto essa abbia ricevuto dalla storia e dall’evoluzione del genere umano», riconoscendo che «il progresso della scienza, i tesori nascosti nelle varie forme di cultura umana… aprono nuove vie verso la verità». «Anzi, la Chiesa confessa – non si temeva di ammetterlo – che molto giovamento le è venuto e le può venire perfino dall’opposizione di quanti la avversano o la perseguitano» (GS 44).
Negli ultimi tempi sembra che questo atteggiamento amabile, umile e rispettoso sia venuto meno e, quindi, non c’è da stupirsi che, appena il mondo scopre e denuncia le colpe di coloro che lo giudicano, reagisca con violenza. Il concilio Vaticano II partiva dal presupposto che «la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia» e che la Chiesa «cammina insieme con l’umanità tutta e sperimenta assieme al mondo la medesima sorte terrena» (GS 1 e 40).
Ora, la sorte terrena che la Chiesa condivide con tutta l’umanità comprende la tentazione e il peccato. Distinguere fra la giustizia e l’iniquità, fra l’onesto e il disonesto e professare con decisione e coraggio il proprio giudizio di fronte al mondo resta il dovere di ogni persona umana e anche della Chiesa.
Il doveroso riconoscimento dei propri peccati non giustificherebbe chi volesse dispensarsi dal farlo. Se, però, questi sentimenti sono sinceri, anche la necessaria denuncia dei mali del mondo avviene con umiltà e senza ergersi a giudici dei fratelli, come se noi fossimo senza peccato.
Di fronte ai molti e, a volte, drammatici sviluppi del costume contemporaneo che ripugnano alla coscienza cristiana, lo spirito evangelico impone di enunciare la verità con quel rispetto e quell’amore che per GS 28 «deve estendersi pure a coloro che pensano od operano diversamente da noi nelle cose sociali, politiche e persino religiose, poiché con quanta maggiore umanità e amore penetreremo nei loro modi di vedere, tanto più facilmente potremo con loro iniziare un dialogo». Con la volontà di dialogo non si compone facilmente né un atteggiamento di pura e semplice condanna né, tanto meno, la ricerca di posizioni di forza all’interno nel dibattito pubblico, che, caso mai, costituirà l’impegno di singoli o di gruppi di cristiani operanti in politica. «Infatti», continua il concilio, «la forza che la Chiesa riesce a immettere nella società umana contemporanea consiste in quella fede e carità effettivamente vissute, e non in una qualche sovranità esteriore esercitata con mezzi puramente umani» (GS 42).
Le attuali tristi e difficili contingenze in cui ci ritroviamo, come accade in ogni situazione in cui siamo chiamati, sotto la provvidenza di Dio, a vivere nella fede, contengono una ricchezza di grazia da scoprire. Non c’è disgrazia al mondo, alla quale non sopravvenga anche una grazia. Guardando, allora, in avanti, SOGNO UNA CHIESA CHE DA UMILIATA DIVENTI UMILE. La grazia che mi sembra Dio voglia offrirci in questa stagione della nostra storia è quella del recupero dello spirito di conversione e di penitenza, all’interno del cammino spirituale di ciascuno e nella maturazione spirituale delle comunità cristiane. Ciò che avviene nelle interiorità più nascoste della vita ecclesiale coinvolge anche l’animus con cui la Chiesa interviene con i suoi pronunciamenti e la sua opera nei grandi travagli che la nostra epoca sta vivendo, è capace di determinarne gli atteggiamenti pubblici e il loro stile. Ciò che più di ogni altra cosa preme alla coscienza ecclesiale è poter fare al mondo la proposta della fede in Gesù.
Questa è appello alla coscienza e alla libertà di ogni uomo: può e deve essere proposta e non può essere imposta. Ne deriva un particolare stile di azione per ogni altra intrapresa nella quale la Chiesa si trovi impegnata. Solo un linguaggio umile oggi può rendere al mondo la bella testimonianza del Vangelo. «Possano la nostra tristezza e le nostre lacrime», con questa preghiera il Papa conclude la sua lettera alle Chiese irlandesi, «il nostro sforzo sincero di raddrizzare gli errori del passato, e il nostro fermo proposito di correzione, portare abbondanti frutti di grazia per l’approfondimento della fede… e per la crescita della carità, della giustizia, della gioia e della pace, nell’intera famiglia umana».
Severino Dianich (in Vita Pastorale, giugno 2010)