Duomo di S. Donà di Piave

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S. Maria delle Grazie – Diocesi di Treviso

20 Settembre 2026

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Pastorale

Verbale del Consiglio Pastorale – 19.01.2010

Relazione dell’infermiera professionale Ombretta Blengini

Come nel nostro territorio i singoli, le famiglie, le strutture sanitarie affrontano la malattia? Come sono aiutati da parenti e volontari. Come le strutture sanitarie accolgono.
di Ombretta Blengini

La malattia e l’eventuale ricovero ospedaliero che ne può conseguire, anche se breve, rappresentano un’eventualità che chiunque vorrebbe cercare di evitare.
Oltre a disturbare i normali ritmi di vita e di lavoro mette in contatto con una realtà molto sgradevole che ogni persona sana cerca normalmente di rimuovere dalla propria coscienza ma che improvvisamente, quando subentra una malattia, viene riproposta in tutta la sua complessità.
Il ricovero ospedaliero è sempre un trauma psicologico e pieno di difficili implicazioni pratiche, non solo per il paziente ma per tutta la sua famiglia, infatti tutta la struttura interna della famiglia deve adattarsi prima all’evento patologico imprevisto, poi al periodo di ospedalizzazione e infine alla convalescenza a casa: ogni volta i ruoli stabiliti devono confrontarsi con la nuova realtà e subire un processo di modifica non facile.
Spesso, purtroppo, l’organizzazione sanitaria in generale, ma in modo particolare l’organizzazione ospedaliera, non è preparata ad affrontare le implicazioni psicologiche degli eventi connessi alla malattia.
E’ sempre più evidente che le persone ammalate che si trovano nella necessità di doversi sottoporre al ricovero ospedaliero e i loro familiari si aspettano non solo interventi adeguati dal punto di vista tecnico, diagnostico-terapeutico, farmacologico, ma di relazionarsi in modo positivo con il personale di assistenza, di ricevere soprattutto l’assistenza psicologica necessaria ad affrontare la difficile esperienza costituita dal ricovero.
Infatti il maggior numero di lamentele che vengono rivolte all’ambiente ospedaliero si riferiscono all’assenza di comunicazione, di assistenza “umana”, di dialogo e non a mancanze di carattere tecnico.
Negli ultimi anni la professione infermieristica ha subito un’evoluzione, è ormai assodato che la dimensione relazionale nel rapporto infermiere-paziente è fondamentale per potersi prendere cura della persona ammalata, del suo benessere fisico, psicologico, spirituale.
Essendo l’infermiere al servizio della qualità della vita dell’uomo, quindi di una persona globale, non solo biologica, la sua prestazione professionale non si esaurisce nella componente tecnico-sanitaria ma si estende anche a coprire quella spirituale, psicologica e relazionale.
Compito degli operatori sanitari per garantire una situazione il meno traumatica possibile è garantire:
• L’ascolto attivo: prestare attenzione e dare significato ai messaggi verbali e non verbali delle persone, manifestando un interesse sincero, senza pregiudizi e una incondizionata accettazione della realtà dell’assistito;
• Il potenziamento del coping: aiutare l’ammalato a superare lo stress che la malattia determina rendendolo protagonista del suo processo di cura, non soggetto passivo;
• Il supporto emotivo: fornire rassicurazione, accettazione e incoraggiamento.
Si deve cercare di mettere il paziente al centro dell’intervento assistenziale facendolo diventare un soggetto e non solo un oggetto di cura, non si deve più considerare solo la malattia della persona, ma la persona con una malattia.
Il concetto che dovrebbe guidare il nostro agire è l’empatia cioè la capacità di cogliere i sentimenti dell’altro, di condividere le sue emozioni, di immedesimarsi profondamente in lui

Gli ammalati che si affidano alla struttura ospedaliera inoltre si aspettano di vedere garantiti dei diritti ormai ritenuti fondamentali:
– diritto al rispetto della propria dignità: essere curato con competenza e attenzione nel rispetto delle proprie convinzioni politiche, religiose e filosofiche. Nel caso di stranieri, soprattutto se non conoscono la lingua italiana, devono essere rimosse le difficoltà che impediscono loro la piena utilizzazione dei servizi offerti. Il paziente ha diritto di essere sempre individuato con il proprio nome e cognome e ad essere interpellato con il Lei. Nell’esecuzione di manovre diagnostiche e/o terapeutiche invasive, che violino l’intimità della persona, deve essere garantita la privacy e curato particolarmente l’aspetto psicologico;
– diritto alla riservatezza: il paziente ha diritto che i dati relativi alla propria malattia e ad ogni altra circostanza che lo riguardi non siano comunicati ad altri senza il proprio consenso (rispetto del segreto professionale);
– diritto all’informazione: è fondamentale che ai pazienti vengano sempre fornite informazioni complete, comprensibili, adeguate alla loro cultura e capacità di comprensione in merito alla diagnosi, alla terapia proposta, alle indagini diagnostiche necessarie (consenso informato), alla prognosi della malattia. Per il paziente è importante poter identificare immediatamente i propri interlocutori (cartellino di riconoscimento). Un’ attenzione particolare va data alle modalità di comunicazione di una prognosi infausta.

Al paziente ricoverato devono essere garantite anche le migliori condizioni igieniche e ambientali possibili, la possibilità di vivere la giornata secondo orari non troppo diversi da quelli della vita ordinaria,

 

anche se questo spesso si scontra con le esigenze dell’organizzazione delle attività ospedaliere. Ai bambini e agli anziani deve essere garantita la presenza dei familiari anche al di fuori di rigidi orari di visita.

Accanto ai pazienti deve essere favorita la presenza dei volontari e riconosciuto il valore insostituibile della loro opera. Nel reparto di Medicina del nostro ospedale operano i volontari dell’AVO (Associazione Volontari Ospedalieri) e della San Vincenzo che offrono ai ricoverati calore umano, dialogo e aiuto nel lottare contro la sofferenza senza sostituirsi al personale di assistenza nelle attività tecniche.
In questi ultimi anni nella popolazione afferente alle strutture sanitarie sono aumentate le conoscenze e le informazioni disponibili, la consapevolezza dei propri diritti, tutto ciò ha comportato la modificazione del rapporto tra paziente/familiari e la struttura stessa. Se da una parte questo rappresenta un oggettivo progresso dall’altra, a volte, rappresenta un ostacolo, ad esempio quando le richieste sono immotivate o non congrue. E’ altrettanto vero che non tutti i professionisti sanitari hanno saputo cogliere l’oggettiva positività di questi cambiamenti e a volte non sanno consigliare e insieme sostenere e spiegare le proprie ragioni in modo appropriato.
E’ quindi necessario, a mio avviso, trovare un equilibrio tra le esigenze di informazione e di partecipazione attiva alle decisioni da parte del paziente ma soprattutto dei familiari e la capacità da parte degli operatori di agire in modo da ottenere fiducia così che il rapporto reciproco passi dalla dipendenza del passato alla collaborazione per facilitare la presa delle decisioni, l’espressione delle opinioni, la valutazione dei rischi.

 

 

 

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