Testimonianze sulla figura del dott. Pietro Perin

Mezzo secolo è un tratto di tempo sufficiente per inghiottire la memoria di molte cose e anche di molte persone. Se però si riesce a rintracciare qualche testimone ancora viventi… Abbiamo raccolto due preziose testimonianze. La prima è della nipote Emma Perin, che vive sposata, qui in S. Dona, la quale gentilmente scrive i ricordi dell’infanzia vissuta in casa con il nonno Pietro, e la seconda è della signora Maria Pia Coppo, che attinge dalla sua memoria due episodi di alta umanità.
“E’ stato più che mamma per me…“
“Quando ero piccola, aveva tanta tenerezza con me e ricordo che quando gli mettevo la testina sul cuore, lui aveva dei singhiozzi di commozione e di tenerezza (lui, un uomo così austero e di poche parole). Aveva la passione per la musica operistica e soprattutto per Giuseppe Verdi e Beethoven perché suscitavano in lui vecchi ricordi patriottici. Alla sera, seduto in poltrona, seguiva alla radio le opere, dirigendo la musica con un dito della mano, ed era in estasi. Ogni mattina si alzava presto e andava a messa prima e si metteva davanti alla Madonna, seduto su una sedia vicino alla balaustra rossa su cui aveva appoggiato il suo cappello. Strofinandosi la fronte pregava e pensava, dando spesso tenere occhiate a Maria. Poi ritornava a casa e incominciava l’ambulatorio. In ambulatorio teneva sulla scrivania una scatoletta delle missioni, se qualcuno voleva fare un’offerta . Sapeva amare i piccoli e con loro sembrava piccolo anche lui, e tutta l’espressione del suo viso diventava dolcissima. Da vecchio non ci vedeva quasi più, e spesso mi chiamava per leggergli qualche trafiletto di medicina (anche se non lavorava più) o di religione. Ricordo che un giorno a mezzogiorno in punto, riuniva tutta la famiglia, prima del pranzo, attorno al tavolo della cucina e incominciando dalle scale iniziava a recitare l’Angelus Domini in latino. Tutti, anche la servitù, dovevano fermarsi e pregare insieme. Era un momento e un rito bellissimo, perché ci riunivamo attorno a lui e a Gesù. La sera , si recitava tutti il S. Rosario e le preghiere della sera, dopo aver cenato. Io soffiavo un po’ perché non si finiva mai e poi, dopo tutte queste preghiere, c’era anche la “paginetta della Madonna” da meditare: un libretto piccolo e sgualcito, da quanto era stato usato, che parlava della Madonna. Quello non l’ho più trovato, ma ricordo la sensazione di dolcezza delle parole scritte che mi è rimasta impressa. La nostra casa era sempre piena di gente. Specialmente alla sera, arrivavano i papà che avevano tanti figli e che avevano perso il lavoro allo Jutificio e non sapevano come sfamare la loro famiglia. C’era tanta gioia stare assieme e i bambini intanto giocavano con me. Quasi tutte le sere erano invitati a cena. Quando andava a fare le visite in campagna dai contadini, mi portava sempre con sé, specialmente quando venivano a prenderlo col cavallo ed il calesse. Ho chiesto a Dio di non farmi mancare il nonno prima di diplomarmi agli studi. Infatti lui ogni sera, benché vecchio e quasi 90enne ricordava molto bene il greco e il latino. Amava la filosofia e la letteratura italiana. Noi due, mentre tutti andavano a dormire, stavamo alzati fino a mezzanotte e più, perché lui mi ascoltava, mi seguiva e discutevamo a lungo su ogni cosa, è stato più che una mamma per me. Ma soprattutto il suo più forte esempio di fede di roccia, mi è rimasto impresso, la sua umiltà, la sua essenzialità nel fare ciò che conta e non ciò che piace. Grazie nonno mio! Sei la luce della mia vita.
Maria Emma Perin
“Sempre disponibile, portava anche del cibo…“
La famiglia era povera (il papà operaio), e viveva in una delle povere baracche di via Sabbioni a San Dona (erano otto fratelli, ma due morirono presto).
Quando la signora Maria Pia aveva pochi mesi, nella primavera del 1936 si ammalò di broncopolmonite. Le condizioni di povertà della famiglia e i pochi mezzi di allora la destinavano a morire. Chiamarono il medico dott. Perin, il quale per otto giorni non si mosse da casa loro, anzi quando ritornava portava anche cibo per la famiglia. Ad un certo punto, con il dottore presente, il papà prese in braccio la figlioletta, perché la cura sembrava non dare effetti positivi. La piccola diede un colpo di tosse che sbloccò i suoi polmoni dal catarro. Fu allora che il medico potè dichiarare che era fuori pericolo, così il padre esclamò: “Questa bimba è nata due volte”. Il Perin continuò in seguito a passare in casa per accertarsi della piena guarigione della bimba.
Nel 1940, nella famiglia Coppo nacque l’ultima di otto figli (due erano già morti). Il parto in casa, come gli altri andò a buon fine. Ma la mamma, che aveva già 44 anni, fu colpita da una crisi d’asma che le rendeva difficile parlare e respirare. Fu allora chiamato il dott. Perin (che rispondeva sempre con premura alle loro chiamate), il quale si adoperò personalmente con una cura a base di vapori medicinali.
Anche quella volta fornì lui i soldi per l’acquisto del medicinale. Egli rimase li accanto alla donna per tre – quattro ore, finché lei fu in grado di respirare normalmente. Tutte le volte che il dott. Perin andava in quella famiglia, sempre disponibile, portava qualcosa per mangiare, la loro povertà infatti non permetteva loro di pagare alcuna parcella.
Nel 1954 la sig.ra Coppo ebbe un’emorragia cerebrale che la portò a vivere in coma per due mesi. Quando si riprese ritornò in famiglia e la ripresa fu lunga, per le difficoltà di memoria e coordinamento dei movimenti. Tutte le domeniche il marito le portava La Vita del Popolo per stimolarla nella lettura e nella ripresa delle facoltà. Con il tempo la donna si riprese, anche se tra alti e bassi.
Quando nel 1959 comparve nel periodico l’articolo con la foto del medico Perin, appena deceduto, la sig.ra Coppo volle che le conservassero la foto. Così, la figlia Maria Pia la ritagliò e incollò su un cartoncino che la signora conservò sempre con sé, vicino al letto sul comodino. Alla sua morte la figlia Maria Pia la volle conservare a ricordo.
a cura di Marco Franzoi


