L’area presbiterale del Duomo

L’area presbiterale del Duomo è quello spazio in cui sono posti l’ambone, dal quale si annuncia la parola di Dio; l’altare sul quale rinnoviamo la memoria del sacrificio di Gesù e ci accostiamo per ricevere il sacramento del suo Corpo e del suo Sangue; la sede, dove si pone il sacerdote che presiede la liturgia eucaristica, all’inizio e al termine della celebrazione; la croce astile di fianco all’altare.

Perché tanta attenzione a questo spazio della chiesa?
Non perché la navata dove si pongono i fedeli sia meno importante. Anzi, presbiterio e navata costituiscono un unico grande spazio celebrativo unito, dove l’unico corpo di Cristo che è la Chiesa è convocato per concelebrare il mistero pasquale di Gesù. L’area presbiterale assume centralità soprattutto perché c’è l’altare che rappresenta Cristo e lì si rinnova il mistero fondamentale della nostra fede.

Cerchiamo ora di comprendere ogni elemento di questo spazio celebrativo per renderci conto di come tutto ci parli della passione, morte e risurrezione di Gesù.

La croce astile
Si chiama così perché è una croce montata su un’asta, con la quale si dovrebbe aprire ogni processione dei ministri che partono dalla sacristia per recarsi presso l’altare. Insieme alla croce si dovrebbe portare in processione anche l’evangeliario, cioè il libro dei vangeli di Gesù, affiancati da due candelieri.
La nostra croce astile è stata pensata e realizzata dallo stesso autore dei mosaici: padre Marko Rupnik. Qualcuno ha notato che la testa del Crocifisso è molto grossa rispetto al corpo: è evidentemente sproporzionata. Probabilmente l’autore ha voluto rappresentare non solo Gesù crocifisso, ma anche la sua Chiesa ormai indissolubilmente unita a lui e alla sua Pasqua. Noi infatti siamo il corpo di Cristo: lui il Capo e noi le Membra. Come corpo però noi, pur uniti a lui, non abbiamo ancora raggiunto le sue dimensioni, perciò la sproporzione. San Paolo direbbe: “i patimenti vissuti da Cristo nel suo corpo, non hanno ancora raggiunto la sua compiutezza nel mio corpo” (cfr. Colossesi, 1,24.). 
La Chiesa raggiungerà perciò le dimensioni del Capo, per grazia, solo alla fine del mondo. La stessa sproporzione tra capo e corpo, per lo stesso motivo, Rupnik l’ha rappresentata anche nell’Agnello immolato del mosaico.
Gesù crocifisso non è nudo, ma rivestito di un camice e una stola, cioè dagli abiti sacerdotali. Infatti, sulla croce, lui è il vero Sommo Sacerdote che offre l’unico sacrificio gradito a Dio per la salvezza dell’umanità: la sua vita, il suo corpo. Anche la Chiesa e ognuno di noi, siamo abilitati, grazie al Battesimo ricevuto, ad esercitare questo sacerdozio cristiano: nell’offerta quotidiana del nostro corpo, della nostra vita, amando tutti i fratelli e le sorelle che il Signore ci fa incontrare. Ma mentre l’offerta di Gesù è stata assoluta, la nostra è ancora molto imperfetta e fragile. Non abbiamo ancora raggiunto le sue dimensioni e non le raggiungeremo mai. Alla fine, solo la misericordia coprirà ogni distanza dal capo e ci offrirà la comunione piena con lui.
Sulla base, dove viene posta la croce astile, è rappresentata la discesa agli inferi. Morendo Gesù è disceso agli inferi per liberare tutti gli uomini e le donne morti prima di lui. Nell’immagine questi sono rappresentati da Adamo ed Eva, che Gesù prende per mano per liberarli e portarli con lui, nella Gerusalemme celeste, in Paradiso. In Adamo ed Eva possiamo vedere anche noi tutti: morendo, Gesù è sceso agli inferi anche per noi e ha vinto anche la nostra morte. San Paolo direbbe: “Dov’è o morte la tua vittoria? … Siano rese grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo”. (cfr.1 Corinzi 15, 54-57)
L’ambone
L’ambone è il luogo dal quale viene proclamate la parola del Signore e, in particolare, il Vangelo di Gesù, la buona notizia della sua vittoria sulla morte con la risurrezione. L’architetto che ha disegnato il nostro ambone, ha voluto rappresentare il sepolcro di Gesù: il lettore che entra lo trova vuoto e diventa l’Angelo che, come il mattino di Pasqua, annuncia alle donne e agli altri discepoli che giungono in quel luogo: «Non cercate tra i morti colui che è vivo. Non è qui; è risorto!» (cfr. Matteo 28, 5-7; Marco 16, 5-7; Luca 24, 5-6).,
Merita attenzione anche la forma di rotolo che si svolge, che il nostro architetto ha voluto dare all’ambone: richiama il rotolo della Scrittura che, un tempo, si apriva e si srotolava per essere proclamato (cfr. Luca 4, 16-17).
La grande fiamma d’oro che decora l’ambone è la fiamma dello Spirito del Risorto che, da quel mattino di Pasqua, ha cominciato a illuminare e riscaldare il cuore dei discepoli. Una fiamma che non si è più spenta e che continua ad ardere in ogni liturgia quando viene annunciata la bella notizia di Gesù risorto. Una fiamma che continua ad accompagnare la vita di tutti i discepoli di Gesù. L’ambone scende verso l’assemblea per significare il movimento della parola di Dio: essa scende dall’alto, da Dio, per incontrare e comunicare con gli uomini e le donne che sono in attesa di luce e salvezza.
L’altare
L’Altare sta al centro perché è l’elemento più importante dell’area celebrativa. Rappresenta Gesù Cristo. L’altare è Cristo! Gli antichi padri della Chiesa, meditando sulla parola di Dio, non esitarono ad affermare che Cristo fu vittima, sacerdote e altare del suo stesso sacrificio (cfr. Sant’Epifanio e S. Cirillo Alessandrino).
La Lettera agli Ebrei descrive infatti il Cristo come pontefice sommo e altare vivente del tempio celeste (cfr. 4,14 e 13,10). Il libro dell’Apocalisse (5,6) presenta il nostro Redentore come Agnello immolato, la cui offerta viene portata, per le mani dell’Angelo santo, sull’altare del cielo (cfr. Canone Romano). Se Cristo, capo e maestro, è vero altare, anche i discepoli, membra del suo corpo, sono altari spirituali, sui quali viene offerto a Dio il sacrificio di una vita santa. L’altare cristiano è, per sua stessa natura, ara del sacrificio e mensa del convito pasquale. L’ara rimanda all’altare pagano sul quale venivano offerti i sacrifici agli dei.
La Chiesa scelse di chiamare anche l’altare cristiano “ara” perché in esso viene perpetuato nel mistero, lungo il corso dei secoli, il sacrificio della croce, fino alla venuta di Cristo. Oltre a chiamarlo ara, lo chiama anche “mensa” perché attorto ad essa i figli della Chiesa si riuniscono per rendere grazie a Dio e ricevere, nei segni del pane e del vino, il Corpo e il Sangue di Cristo.
Il nostro altare è quadrato perché tutti gli uomini e le donne che si accostano, provenienti dai quattro punti cardinale, possano trovare accoglienza e giustizia, cioè salvezza. L’altare è pertanto, in tutte le chiese, il centro dell’azione di grazie, che si compie con l’Eucaristia; a questo centro sono ordinati, in qualche modo, tutti gli altri riti della Chiesa. Per il fatto che all’altare si celebra il memoriale del Signore e viene distribuito ai fedeli il suo Corpo e il suo Sangue, gli scrittori ecclesiastici furono indotti a scorgere nell’altare un segno di Cristo stesso; donde la citata affermazione che «l’altare è Cristo».
Si comprendono allora anche tutti i segni di venerazione riservati all’altare dai ministri: il bacio all’inizio e al termine della celebrazione; l’incensazione nelle celebrazioni solenni; l’inchino quando si passa davanti ad esso. L’altare ha una fascia di mosaici che lo attornia come una corona. Vuole proprio ricordare la corona regale che ha cinto il capo di Gesù crocifisso.
Le reliquie dei martiri e dei santi
Sotto la mensa dell’altare, nella parte posteriore, incastonata nella corona di mosaici, in una piccola nicchia ricavata a questo scopo, vengono poste le reliquie dei martiri e dei santi. Non tanto per onorare l’altare, quanto piuttosto per essere onorati dall’altare. I martiri e i santi sono infatti quelle membra del corpo di Cristo che hanno partecipato più intensamente al sacrificio del Capo e ora godono di una posizione speciale anche nell’altare sul quale si celebra la memoria della Pasqua di Gesù.
Nel nostro altare il Vescovo ha posto le reliquie di S. Liberale, patrono della nostra Diocesi; S. Eliodoro, vescovo di Altino; S. Lorenzo Giustiniani, primo patriarca di Venezia; S. Francesco di Sales, vescovo; S. Pio X, papa; S. Maria Bertilla Boscardin, vergine; Beato Enrico da Bolzano; Beato A. Giacinto Longhin, vescovo di Treviso, che dedicò il nostro Duomo nel 1925; Beato Giuseppe Toniolo.
La croce sull’altare
Davanti all’altare è stata posta una croce d’oro gonfia e con una ferita sanguinante. Essa rimanda al mistero che si celebra sull’altare: la memoria del sacrificio di Gesù sulla croce. S. Giovanni dice che morendo Gesù “emise lo spirito”, donò il Soffio divino che dimorava in lui alla Chiesa, perché vivesse grazie al suo Spirito di Vita. Per questo evangelista, dunque, la Pentecoste coincide con il momento della morte di Gesù. Qui Gesù dona lo Spirito Santo e qui nasce la Chiesa. Quando poi il soldato ferisce con la lancia il cuore di Gesù, escono acqua e sangue, cioè i sacramenti grazie ai quali la Chiesa continua ad arricchirsi di membri e si alimenta: il Battesimo e l’Eucaristica (cfr. Giovanni, 19, 28-37).

Formelle con i simboli eucaristici
Negli altri tre lati dell’altare ci sono tre formelle con simboli che richiamano l’Eucaristia: i pani, i pesci e il serpente. I pani e i pesci ci riportano ai miracoli della moltiplicazione che prefigurarono l’Eucaristia (Matteo 14, 13-21; Marco 6, 30-44; Luca 9, 12-17; Giovanni 6, 1-14); mentre il serpente sull’asta, fa riferimento ad un episodio dell’Antico Testamento (Libro dei Numeri 21, 4-9), quando, di fronte alla mormorazione degli Ebrei, Dio inviò dei serpenti che li mordevano e causarono un certo numero di morti. Dopo l’invocazione di Mosè, Dio gli chiese di fare un serpente di rame, come rimedio, e di porlo su un’asta: tutti quelli che, morsi dai serpenti, avessero guardato il serpente di rame sarebbero stati guariti. E così accadde. In quel simbolo noi vediamo Gesù innalzato da terra e guadando a lui noi sappiamo che veniamo guariti e otteniamo la vita eterna. La formella con il serpente è quella che chiude la nicchia con le reliquie dei Martiri e dei Santi.
Le lampade dell’altare
Anche le lampade che sono sull’altare richiamano il mistero pasquale di Gesù: rappresentano due gusci d’uovo di struzzo aperti, dai quali splende la fiamma. Nei primi secoli i gusci d’uovo di struzzo venivano usati proprio come lampade per illuminare le stanze. Poi, con il tempo, si è voluto richiamare anche il mistero pasquale: il guscio aperto richiama il sepolcro aperto di Gesù, così come lo hanno trovato le donne e i discepoli; la fiamma è la luce nuova accesa dalla risurrezione del Signore.
Le uova pasquali che venivano cotte e colorate anche nelle nostre famiglie, volevano richiamare questo mistero della nostra fede. Però da quando anche le uova pasquali, come la colomba, sono state “sequestrate” dal mondo commerciale per fini di guadagno, abbiamo perduto anche i significati cristiani. Dobbiamo probabilmente riscoprirli nella loro semplicità ed essenzialità, liberandoli da tutto ciò che li oscura.
La sede
Per sede s’intende quel luogo dove il sacerdote che presiede la celebrazione della santa Messa si pone, dopo aver fatto l’ingresso e baciato l’altare. Qui inizia la preghiera con il segno della croce, l’introduzione, la richiesta di perdono, la recita o il canto del “Gloria” (escluso nel tempo di Avvento e di Quaresima) e la preghiera di Colletta. Da qui ascolta le prime letture della Parola e, dopo essersi spostato all’ambone per l’annuncio del Vangelo e la proposta dell’omelia, vi ritorna per rinnovare la professione di fede e introdurre e concludere le preghiere dei fedeli. Dalla sede si sposta quindi all’altare per la liturgia eucaristica, conclusa la quale, vi ritorna per terminare con la preghiera dopo la comunione e con la benedizione finale e il congedo dei fedeli, affinchè partano per la missione di annunciare il vangelo di Gesù. Il sacerdote che presiede la santa Messa, ripresenta Gesù pastore che insieme al suo popolo innalza al Padre il sacrificio a lui gradito: l’offerta della vita del Figlio e quella quotidiana dei figli che si impegnano ad amare tutti, come Gesù. Per questo, per il fatto che il sacerdote che presiede ripresenta Gesù Cristo, la “sede” dove si pone non può esser una sedia qualsiasi, ma una seduta stabile, con sistente, significativa e deve differenziarsi dalle altre sedute poste per i concelebranti. La posizione e la forma concava della nostra sede richiama quella dei primi secoli della Chiesa. Essa poggiava direttamente sull’abside concava dell’edificio sacro.

Considerazioni conclusive
Noi tutti, grazie al Battesimo che abbiamo ricevuto, siamo chiamati, ogni giorno di più, ad essere sacerdoti, profeti e re, ad immagine di Gesù. Siamo cioè chiamati ad offrire a Dio, uniti a Cristo, il sacrificio del nostro corpo, amando i fratelli e le sorelle che ci sono stati affidati. Inoltre siamo chiamati ad annunciare con la nostra vita quotidiana e sempre in comunione con il Signore risorto, la parola di Dio che ascoltiamo, la sua volontà. Infine siamo chiamati, in Cristo, ad esprimere la nostra regale responsabilità verso gli altri, servendoli generosamente. Durante la celebrazione eucaristica noi, come popolo di Dio, come membra del corpo di Cristo, non solo siamo chiamati ad esercitare queste dimensioni della nostra identità battesimale, ma anche a maturarle sempre più, grazie all’azione dello Spirito Santo che ci unisce al Capo.
Nel nostro Duomo abbiamo realizzato due opere molto importanti e belle: l’area celebrativa del presbiterio e la cappella della custodia dell’Eucaristia, mosaicate da padre Rupnik. Il luogo più importante e significativo – non dimentichiamolo – è quello in cui la comunità cristiana si raduna per celebrare l’Eucaristia. Quindi il luogo in cui è posto l’altare dedicato dal Vescovo. Anche la cappella in cui custodiamo l’Eucaristia e andiamo per pregare davanti al tabernacolo è importante, perché nel pane consacrato riconosciamo la presenza reale del Signore. Ma è più importante la celebrazione dell’Eucaristia che l’adorazione eucaristica. Una celebrazione che deve continuare nella vita concreta di ogni giorno. Gesù ha istituito l’Eucaristia perché sia celebrata e vissuta più che adorata. Ciò non toglie che chi dedica tempo all’adorazione eucaristica faccia una cosa molto bella, che aiuta a crescere nella fede e a celebrare l’Eucaristia in maniera sempre più profonda e consapevole. Infatti, nella nostra cappella della custodia eucaristica, possiamo contemplare nei mosaici la profezia dell’Eucaristia, il momento della sua istituzione da parte di Gesù e il significato profondo che ha voluto darle, la missione che parte da ogni celebrazione eucaristica e, infine, la meta ultima dove vuole condurci, cioè la Gerusalemme celeste. Perciò sostare e pregare nella cappella della custodia eucaristica può aiutare molto a celebrare l’Eucaristia domenicale con la tutta comunità.
Il Signore continui a maturarci sempre più come comunità ecclesiale, per continuare l’opera di salvezza a favore di tutta l’umanità, inaugurata da Gesù Cristo con la sua Pasqua. E la Vergine delle Grazie, ci accompagni con la sua efficace intercessione.
Don Paolo Carnio