Duomo di S. Donà di Piave

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S. Maria delle Grazie – Diocesi di Treviso

9 Ottobre 2026

Contenuti del sito

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9 Ottobre 2026

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Vite da raccontare

Le memorie sandonatesi di don Marcello Cecchetto

Per una breve autobiografia

Sono arrivato come cappellano di S. Donà di Piave Duomo nel settembre 1949.

La comunità sacerdotale era formata da 11 sacerdoti. C’era il parroco mons. Luigi Saretta, più due anziani sacerdoti, don Angelo Santi e mons. Tiberio Calgaro della diocesi di Livorno, e poi otto cappellani, con diverse mansioni pastorali. Quattro erano addetti alle frazioni: d. Evaristo Parisotto per la frazione di Palazzetto, d. Pietro Roncato per la frazione di Isiata, d. Adamo Bortolato per la frazione di Calvecchia e d. Giuseppe Lorenzetto per la frazione di Mussetta.

Nei primi mesi del 1950 tutti furono fatti parroci in varie parrocchie della diocesi.

Gli altri quattro sacerdoti incaricati per il centro-Duomo erano: d. Pietro Bellinaso, d. Marcello Cecchetto, d. Antonio Menegaldo, d. Giovanni Michielan. Il centro cittadino allora era suddiviso in tre zone: Sabbioni, Cantina, Forte ‘48. Questi sacerdoti avevano l’incarico di assistere spiritualmente una zona composta di anziani, malati, poveri, e inoltre di prendersi cura delle popolazioni-famiglie delle quattro frazioni fuori dal centro. Il mio ricordo dei confratelli delle frazioni, che erano diventati parroci, è di grande stima ed apprezzamento per la loro dedizione. La loro giornata era fatta di tanti sacrifici, di lavoro assiduo, pur sostenuti fisicamente e moralmente da quelli del centro. Nella comunità si viveva con grande amore, felici, e nella serenità sacerdotale, come erano le prime comunità cristiane. La casa canonica era una grande famiglia in cui regnavano amore, comprensione e aiuto vicendevole, tra tanti sacrifici, anche perché la vita non era fatta da tante comodità.

Questa è la prima fase della mia vita a S. Donà di Piave. In questo periodo, che fu di dieci anni, ho svolto vari incarichi pastorali: scuola di canto parrocchiale, scuola di religione alle elementari in centro, ufficio parrocchiale, azione cattolica femminile parrocchiale e vicariale.

Nel 1959 fui trasferito a S. Martino di Lupari. Anche questa era una grande parrocchia fatta di una comunità sacerdotale: 5 cappellani, un parroco. E anche qui varie mansioni, con relativi impegni. In questa parrocchia sono vissuto cinque anni, fino al 1964, quando ho scelto spontaneamente di rinunciare alla parrocchia di Stigliano per dedicarmi volontariamente ad una vita di comunità, tra confratelli, in particolare agli ammalati ed anziani. E qui si ha la seconda mia venuta, nel 1964, con mons. Dal Bo e con i suoi collaboratori. Mons. Dal Bo era il secondo parroco, con il quale ho passato altri dieci anni, assieme a sei cappellani, fino al 1974, quando mons. Dal Bo fu colpito da leucemia mielosa. Quei dieci anni sono stati per me un periodo molto intenso. Dovevo anche collaborare con monsignore per il funzionamento della casa alpina di Valle di Cadore, ‘Villa Letizia’. L’impegno era soprattutto per reperire il personale necessario, sia per lavoro manuale sia per l’assistenza ai ragazzi, che allora erano tutti delle scuole elementari, ed erano presenti in tre turni diversi fino ad arrivare ai 100 ragazzi. Mi ha colpito in modo particolare la figura di mons. Dal Bo, instancabile nelle varie attività pastorali. Era vicino e presente soprattutto nel catechismo dei ragazzi, presente sempre con i malati, con gli anziani, con i poveri. Nel 1972, se non erro, fu colpito dalla malattia, che durerà due anni e mezzo. Fu un lungo Calvario, tra cure in famiglia-canonica e con vari ricoveri negli ospedali a S. Donà e Udine. Nonostante la sua salute malferma, era sempre sereno, sapeva portare la sua croce quotidiana con pazienza, coraggio, accettazione della volontà di Dio. Ed era per noi cappellani un grande esempio. Dei cappellani di allora, mi è rimasta impressa la figura di don Attilio Sacco, rimasto con noi per dieci anni, per passare poi nella parrocchia di Porcellengo, dove rimase per cinque anni. E il 28 maggio del 1974 cessò di vivere mons. A. Dal Bo, avendo scelto di morire in canonica, accanto ai suoi cappellani, ad alcune persone vicine. Fu una figura di pastore che lasciò un segno incancellabile. Il suo predecessore, mons. Saretta, il prete del Piave per 46 anni, ha lasciato un ricordo che ancora vive in questa parrocchia, specie presso gli anziani, per la sua cultura, il suo interessamento verso la popolazione, nel passare in particolare due guerre, dal 1915 al 1960.

Dal 1974 cominciò il periodo della mia presenza a S. Donà con mons. Bruno Gumiero, che veniva dalla parrocchia di Cornuda, assieme all’anziana mamma Maria ed alla sorella Jolanda. Sono stati 24 anni quieti di lavoro pastorale consistente specialmente nel portare avanti quotidianamente – meno il mercoledì – il lavoro dell’ufficio archivio-parrocchiale: atti di battesimo, di cresima, di matrimonio, incontri di coppie di fidanzati, mantenendo sempre i contatti con la curia vescovile e con lo stato civile del comune. Era un compito di grande responsabilità, che mi impegnava ogni giorno. Inoltre, tutti i pomeriggi dalle 15 alle 18, presso la Casa di cura Sileno e Anna Rizzola i malati e gli infermieri erano la mia seconda famiglia. Non mancavano certo in quel periodo anche le chiamate urgenti di notte, poiché non ero domiciliato presso la struttura sanitaria.

E dal 1998, con la rinuncia di mons. Bruno Gumiero, andai ad abitare in un piccolo appartamento che la parrocchia mise a disposizione per lui, la sorella e me. In questi ultimi otto anni continuai ad esercitare il mio ministero ogni giorno verso gli ammalati e, quando le forze me lo permettevano, ero presente e di aiuto nel Duomo di S. Donà. Così la mia vita sacerdotale. Dei 60 anni, dall’ordinazione, ne ho passati: 10 con mons. Saretta, 10 con mons. Dal Bo, 24 con mons. Gumiero e gli ultimi otto con don Gino Perin.

E’ stato lungo il periodo della mia vita sacerdotale a S. Donà di Piave. Sono passati 52 anni, di lavoro, di sacrifici, di gioie, di dolori, condivisi con un grande numero di confratelli, sempre aiutato dalla fede, e soprattutto vissuti nella carità di Cristo.

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